venerdì 22 luglio 2016

NOVELLA N.XXIX

                                             NOVELLA N.XXIX

Un cavaliere di Francia, che era piccolo e grasso, andò come ambasciatore innanzi a papa Bonifazio. Nell’inginocchiarsi fece una scorreggia, ma riparò al difetto con un motto.

Ora tralascerò le cose e gli inganni di cui ho trattato prima e racconterò un piacevole motto che disse un cavaliere francese a papa Bonifazio ottavo.
Un valente cavaliere di Francia fu mandato ,come ambasciatore, dinanzi a papa Bonifazio, insieme con un altro, di nome messer Ghiriberto , bassetto di persona e grasso e pienotto. Giunto il giorno della sua ambasciata, non essendo abituato, chiese quale riverenza doveva fare quando era dinanzi al papa. Gli fu detto che era opportuno che si inginocchiasse per tre volte. Avuta questa informazione ,nello stesso giorno andò alla presenza del papa per riferirgli l’ambasciata. E, volendo fare il meglio che poteva, s’inginocchiò la prima volta; sebbene gli costasse fatica, ci riuscì; si inginocchiò una seconda volta. La fatica della seconda inginocchiazione si aggiunse alla prima e per lo sforzo notevole e perché voleva alzarsi velocemente la parte di sotto si fece sentire con un peto. Il cavaliere, vedendo che lo prendevano in giro, si dette con le mani due colpi sulle anche e disse << Non intervenire, lascia parlare me>>. Il papa ,che aveva sentito ogni cosa,e anche il piacevole motto dell’ambasciatore, disse :<< Dite ciò che volete che io vi comprenderò>>.
Il papa, molto divertito,lo ricevette,e ,poiché egli aveva espresso la sua ambasciata con due bocche, ottenne meglio dal papa ciò che chiedeva.
E se la cavò molto bene questo cavaliere, che, essendosi trovato in gran vergogna non per colpa sua, ricorse ad un rimedio assai divertente.
Altri uomini scienziati, trovandosi davanti al papa, nel fare l’inchino, senza preoccupazione, sono caduti, non sapendo perché,nello stesso inconveniente e hanno dovuto aspettare molto tempo prima di superare la vergogna



sabato 16 luglio 2016

NOVELLA N.XXV

                            NOVELLA  N. XXV
Messer Dolcibene, per sentenza del capitano di Forlì, castra un prete e poi vende i testicoli per lire 24 di bolognini.
Di fronte alla seguente novella che ora voglio narrare, quella di prima fu soltanto uno scherzo.
Un giorno arrivò a Forlì, di cui era signore messer Francesco degli Ardalaffi, messer Dolcibene. Il signore voleva, per una esecuzione ,far castrare un prete, ma non trovava nessuno che lo sapesse fare. Messer Dolcibene disse che l’avrebbe fatto lui. Il capitano fu d’accordo e fu stabilito così. Dolcibene fece preparare una botte, la sfondò da uno dei due lati e la mandò nella piazza dove fece condurre il prete.
Egli stesso si recò sul luogo con un rasoio e un borsellino. Entrambi giunsero in piazza ,dove si era recata per vedere gran parte degli abitanti di Forlì.
Messer Dolcibene,avendo fatto togliere le mutande al prete, lo fece salire a cavalcioni sulla botte e gli fece mettere i “sacri” testicoli nel buco del legno. Fatto ciò entrò da sotto nella botte, e, tagliata la pelle, tirò fuori i testicoli, li mise nel borsellino e poi in un carniere, pensando, furbo com’era, di ricavarne un buon guadagno, come avvenne.
Il prete sofferente, tolto dalla botte, fu portato in gabbia, dove si fece curare per un po’ di tempo, mentre il capitano era tutto soddisfatto.
Dopo alcuni giorni, un cugino del prete ,in segreto, andò da messer Dolcibene pregandolo caldamente di ridargli i testicoli, perché non se ne sarebbe pentito. Il prete “capponato” senza di essi non poteva dir messa. Il nostro furbone, aspettando questa visita, li aveva ripuliti e asciugati, e, dopo un lungo mercanteggiare, ottenne in cambio lire 24 di bolognini.
Fatto ciò raccontò con grande allegria al capitano che aveva venduto tale mercanzia. Non si può immaginare le risate che si fece il capitano.
Alla fine per divertimento e non per avidità il capitano disse che voleva quei denari perché i “granelli” appartenevano a lui. Tanto discussero che alla fine messer Dolcibene ricavò per sé lire 12 di bolognini, dando la metà al capitano.
Alla fine , il prete rimase con “i granelli” amputati, per uno dei quali il capitano ebbe lire 12 e l’altro ,con altrettante lire, l’ebbe messer Dolcibene.
Questo fu proprio un bello e originale mercanteggiare. Il mondo sarebbe molto migliore se avvenissero spesso cose del genere; se i testicoli fossero tagliati a tutti e, ricomprandoseli, fossero tutti danneggiati e poi se li portassero nel borsellino. Così almeno gli uomini non giungerebbero a tanto, non sparlerebbero delle mogli altrui, non terrebbero nascoste le loro donne, chiamandole chi amiche, chi mogli, chi cugine. Non battezzerebbero i figli che nascono ,come loro nipoti, non vergognandosi di riempire i luoghi sacri di concubine e di figli nati da una tanto grande lussuria.




domenica 3 luglio 2016

NOVELLA N.XXI

                                              NOVELLA N. XXI
Basso della Penna, in punto di morte, lascia ,in maniera insolita, ogni anno un paniere di mele marce alle mosche e spiega la ragione, perché lo fa.
Ora racconterò la novella delle mele marce, l’ultima impresa di Basso, prima di morire. Egli era in punto di morte in piena estate e la pestilenza era talmente contagiosa che la moglie non si accostava più al marito, il figlio fuggiva il padre, il fratello stava lontano dal fratello. Vedendosi abbandonato da tutti lo sventurato chiamò il notaio e gli fece scrivere che i suoi figli ed eredi ogni anno, nel mese di luglio, dovessero portare un paniere di pere marce alle mosche, in un luogo da lui indicato.
Il notaio pensò ad uno scherzo, ma Basso disse << Scrivete come vi dico. Poiché in questa malattia mi hanno abbandonato tutti, parenti ed amici, tranne le mosche, essendo loro obbligato, voglio fare loro un lascito che Dio certamente apprezzerà. E poiché siate certo che non sto scherzando e dico davvero, scrivete che se non faranno ciò ogni anno, li diseredo e lascio tutti i miei averi al tale ordine religioso>>. Il notaio scrisse così e questo fu il modo del Basso di disobbligarsi verso questo animaletto.
Poco dopo, essendo ormai l’uomo sul punto di morire, si recò da lui una sua vicina di nome Donna Buona e gli disse << Basso, Dio ti salvi, sono la tua vicina monna Buona>>.
Egli la guardò a fatica e con un fil di voce rispose << Oggi muoio contento, perché in 80 anni di vita non ne trovai mai una (donna) buona>>.   
Tutti intorno cominciarono a ridere e tra queste risate egli poco dopo morì.
Della sua morte ci addolorammo io e molti altri che vivevano a Ferrara, perché era un tipo molto divertente e simpatico. E non fu divertente la sua trovata verso le mosche? E fu anche un gran rimprovero per la sua famiglia. Spesso infatti capita che non solo i figli non rischiano la vita per i loro padri, ma anzi desiderano la loro morte per essere più liberi.



giovedì 16 giugno 2016

NOVELLA N.XVII

                                        NOVELLA  N.17

Piero Brandani di Firenze intenta una causa, dà alcune carte al figlio che le perde. Capita in un luogo, dove, in modo strano, cattura un lupo. Avute per la cattura di quello 50 lire a Pistoia, ritorna e recupera le carte.

Nella città di Firenze vi fu un tempo un certo Piero Brandani che visse discutendo cause.  Egli aveva un figlio di diciotto anni.
Una mattina, dovendo recarsi al Palazzo del podestà per discutere una causa, affidò al figlio certe carte, gli disse di precederlo e di aspettarlo alla Badia di Firenze.
Il ragazzo fece come il padre gli aveva detto; giunto sul luogo si mise ad aspettare il padre. Tutto ciò avvenne nel mese di Maggio. Mentre il giovane attendeva, venne un fortissimo acquazzone e, passando una contadina o una fruttivendola con un paniere di ciliege sul capo, il paniere cadde e le ciliegie si sparsero per tutta la via. Il rigagnolo della via ,per l’acqua, si ingrossò tanto che pareva un fiumicello.
Il ragazzo insieme con altri volenterosi si diede a raccogliere di qua e di là le ciliegie che correvano lungo il rigagnolo, trasportate dalle acque. Quando le ciliegie finirono, il giovane, ritornando indietro ,non ritrovò più le carte che aveva sotto il braccio. Sicuramente gli erano cadute nell’acqua ,che le aveva portate verso l’Arno, senza che se ne accorgesse. Correndo chiedeva di qua e di là e così seppe che le carte ormai navigavano verso Pisa. Rattristato enormemente, per sfuggire all’ira del padre pensò di dileguarsi e se ne andò a Prato.
Giunse al tramonto del sole in un albergo dove arrivarono certi mercanti che si fermarono poco per proseguire poi verso il ponte Agliana. Essi, vedendolo così triste, gli chiesero che avesse. Conosciute le sue disavventure, lo invitarono ad andare con loro. Egli accettò ben volentieri. Giunsero alle due di notte al ponte Agliana e chiesero alloggio all’albergatore. Costui non voleva accoglierlo perché temeva i malandrini, azi si meravigliava che non erano ancora stati catturati.
Dopo un po’ l’albergatore aprì e li fece entrare, ma non aveva niente da dar loro da
mangiare. Consigliò, allora, che il ragazzo si vestisse da straccione ed andasse alla chiesa vicina. Lì doveva chiamare ser Cione, che era il prete e farsi prestare per l’oste 12 pani. Dette questo consiglio perché sapeva che se i malviventi avessero incontrato un giovinetto mal vestito non gli avrebbero fatto alcun male.
Il giovine andò malvolentieri perché era notte, non si vedeva niente ed aveva molta paura. Pure si avviò ed entrò in un boschetto, dove in lontananza c’era un po’ di luce. Pensando che fosse la chiesa ,si diresse verso la luce. Invece della chiesa c’era una piazza con la casa di un lavoratore, che ,sentendo bussare, gridò < Chi va là?>. Il ragazzo disse < Ser Cione, apritemi ,perché l’oste del ponte Agliana mi manda a chiedervi 12 pani>. Il lavoratore ,allora, minacciò di farlo impiccare a Pistoia, credendo che fosse un ladruncolo.
Il giovane, frattanto, sentendo ululare un lupo dal bosco, si infilò in una botte, sfondata nella parte superiore, morto dalla paura. Il lupo, uscito dal bosco, si avvicinò alla botte e cominciò a grattarsi su di essa. Sfregandosi infilò la coda in un buco. Il garzone, sentendosi toccare dalla coda del lupo, impaurito la afferrò, deciso a non lasciarla, usando tutte le sue forze. Il lupo cominciò a tirare per liberare la coda. Dal canto suo anche il ragazzo tirava. Tirando tutti e due, la botte cadde e cominciò a rotolare. Questo rotolamento durò per ben due ore e tanti furono i colpi che il lupo morì. Anche il giovane era mezzo morto, ma la fortuna lo aveva aiutato. Sebbene il lupo fosse morto , egli per tutta la notte, non ebbe il coraggio né di uscire, né di lasciare la coda.
IL mattino dopo il lavoratore, alla porta del quale il giovane aveva bussato, i alzò ed andò a controllare le sue terre. Notò subito ai piedi del burrone la botte e cominciò ad imprecare contro i delinquenti che si aggiravano di notte. Si avvicinò e vide giacere ai lati della botte il lupo che non pareva morto. Si mise allora a gridare << Al lupo, al lupo>>. Gli uomini del paese subito accorsero e videro il lupo morto e il ragazzo nella botte. Egli, spaventato, più morto che vivo, cominciò a raccontare tutte le sue disavventure, dalla perdita delle carte fino a quel momento.
I contadini ,impietositi, gli dissero << Figliolo, hai avuto una grande sventura, ma le cose si mettono al meglio. Infatti a Pistoia c’è una legge che chiunque uccide un lupo e lo porta al Comune riceve un premio di 50 lire>>. Poi gli offrirono aiuto ed egli riprese un po’ di coraggio. Insieme a quelli che lo aiutavano a portare il lupo giunse all’albergo del ponte Agliana, da cui era partito. L’albergatore sorpreso gli disse che i mercanti, che erano con lui, se ne erano andati credendolo morto o catturato dai malandrini.
Infine portò il lupo al Comune di Pistoia ed ebbe 50 lire. 5 lire le spese per far festa con la brigata. Con le altre 45 tornò dal padre. Gli chiese perdono e gli consegnò i soldi. Il padre li prese volentieri e lo perdonò. Con quei soldi fece copiare le carte perdute e con il resto continuò a discutere numerose altre cause.
Perciò non si deve mai disperare perché spesso come la fortuna toglie così dà e come ella dà ,così toglie.
Chi avrebbe mai immaginato che le carte perse nell’acqua potessero essere rifatte grazie a un lupo che aveva messo la coda nel buco di una botte e vi era rimasto imprigionato?.
Sicuramente questo è un esempio di come non bisogna mai disperarsi, né farsi prendere dallo sconforto e dalla malinconia.



giovedì 2 giugno 2016

NOVELLA N.11

                                           NOVELLA N.XI (11)

Alberto da Siena è citato a giudizio dall’inquisitore e, per paura , si raccomanda a messer Guccio Tolomei………

Al tempo di messer Guccio Tolomei viveva in Siena un simpatico uomo semplice e non malizioso come Dolcibene. Era balbuziente e si chiamava Alberto. Era molto ingenuo e frequentava spesso la casa di messer Guccio, con grande divertimento del signore.
Un giorno di Quaresima, messer Guccio era in compagnia dell’inquisitore, suo grande amico. Per scherzare un po’ gli disse di chiamare davanti a lui Alberto e di accusarlo di eresia, perché sicuramente si sarebbero divertiti un mondo. Appena disse queste cose , subito l’inquisitore convocò Alberto per il giorno dopo, di buon ora. Alberto, tutto tremante, potè appena dire “verrò”, perché, se prima era balbuziente, ora, per la paura, aveva quasi persa la lingua. Poi si recò immediatamente a messer Guccio e gli riferì di essere stato chiamato dal’inquisitore forse per l’accusa di eresia patarina. Il signore gli chiese se avesse detto qualcosa contro la fede cattolica. Alberto rispose che non sapeva che cos’era la fede “calonica” ma credeva di essere stato battezzato. Messer Guccio gli consigliò di andare dal vescovo e gli promise che sarebbe andato anche lui poco dopo. Gli promise anche che, poiché l’inquisitore gli era molto amico, sarebbe intervenuto in suo favore. Alberto si avviò, affidandosi al Signore.
Il vescovo, come lo vide, l’apostrofò con volto severo, chiedendogli chi fosse. Il meschino, balbuziente e tremante di paura, rispose “Sono Alberto, che voi faceste chiamare”. Il vescovo di rimando “Ho capito bene, tu ,dunque, sei quell’Alberto che non crede né a Dio, né ai Santi?”. “Signor mio, io credo in ogni cosa, chi vi ha riferito ciò non dice la verità” disse ,a sua volta, lo sventurato. E il vescovo continuò “Se tu credi in ogni cosa, credi anche nel diavolo; questo mi basta per arderti ,come patarino”. Alberto, mezzo morto, chiese misericordia e il vescovo allora gli ordinò di recitare il Paternostro. E Alberto incominciò, balbettando giunse ad un passo difficile dove si dice “da nobis hodie” e non riusciva a pronunciare quelle tre parole.
Allora l’inquisitore disse “Ho capito ,Alberto, perché chi è patarino non può dire le cose sante, torna da me domani mattina e io ti farò il processo che tu meriti”.
Il pover’uomo se ne tornò a casa sconfortato. Per la strada incontrò messer Guccio Tolomei che stava andando dall’inquisitore, come aveva promesso.
Come lo vide gli disse” Alberto, si vede che le cose vanno bene, perché tu già sei di ritorno”. Quello gli rispose “ Perbacco, non vanno bene per niente, perché dice che sono patarino e devo ritornare da lui domani mattina. Poco mancò che quella puttana di donna Bisodia (deformazione da “da nobis hodie”), che è nominata nel Paternostro non mi facesse morire allora ,allora. Vi prego di andare da lui per farmi una raccomandazione”.Messer Guccio promise di andare  e di fare tutto il possibile.
E così quel burlone andò dall’inquisitore e gli raccontò la storia di donna Bisodia, grazie alla quale si fecero per due ore grandissime risate.
Poi, chiamato di nuovo lo sventurato, l’inquisitore gli fece credere che se non fosse stato per messer Guccio l’avrebbe fatto ardere.
E veramente se lo meritava, perché, oltre tutto aveva detto che donna Bisodia, senza la quale non si poteva cantar messa, era una puttana, e gli intimò di non dirlo mai più.
Alberto, invocando misericordia, promise di non dirlo mai più e, morto di paura, se ne tornò a casa con messer Guccio, il quale, solo al pensiero, si sganasciava dalle risate.
              

giovedì 26 maggio 2016

NOVELLA N.X (10)

                               NOVELLA  N.X (10)
Messer Dolcibene va con Messer Galeotto nella valle di Giosafat e , udendo che ognuno dovrà trovarsi lì per essere giudicato nel giorno del Giudizio Universale, occupa il posto preventivamente.

Messer Dolcibene fu un giullare di corte famoso più degli altri e si possono scrivere su di lui molte novelle divertenti e un po’ volgari.
In questa novella non per giocare, come voleva fare il maestro Piero da Imola, ma per altri motivi, andando al Santo Sepolcro con Messer Galeotto e Messer Malatesta Unghero, trovò un modo originale per divertire questi due signori.
Dunque, mentre tutti e tre insieme passavano nella valle di Josafat, Messer Galeotto disse “ O Dolcibene, in questa valle dobbiamo venire per ricevere la sentenza nel giorno del Giudizio Universale”. Dolcibene prontamente disse “ Ma come, tutto il genere umano potrà stare in una valle così piccola?” Galeotto ribattè “Sarà per potenza divina”.
Allora Messer Dolcibene scese da cavallo, corse in mezzo al campo, si calò i pantaloni e defecò abbondantemente dicendo “Io voglio occupare il posto in modo che , quando verrà il momento, troverò il segno e non sarò inghiottito dalla calca”.
I due signori ridevano e chiedevano che stesse facendo. Ed egli convinto rispose (“Signori, ve l’ho detto, voglio essere saggio e organizzarmi per il futuro”.
Messer Galeotto disse “ O Dolcibene, ci potevi lasciare le tue budella, un segnale più abbondante”. Subito Dolcibene “Se io lasciassi il segnale che voi dite, i nibbi se lo porterebbero via e il posto rimarrebbe senza segnale e poi voi restereste senza la mia compagnia”.
I due signori, ripetendo che egli sapeva cavarsela bene in ogni circostanza, divertiti lo invitarono a salire a cavallo e proseguirono il cammino.
Così i buffoni con sempre nuovi scherzi e nuovi giochi divertono i padroni.  

                                                 

lunedì 16 maggio 2016

PROEMIO - TRECENTONOVELLE -FRANCO SACCHETTI

PROEMIO
Ho considerato il tempo attuale e la vita umana,visitata spesso da pestilenze e morti, vedendo quante rovine e guerre vi sono; pensando a quanti popoli e famiglie si sono ridotti in misero stato e hanno vissuto la vita in miseria. E ancora ho immaginato che la gente è desiderosa di udire cose nuove, facili da comprendere , che diano conforto, nelle quali ai tanti dolori si mescolino alcune risate. Infine ho riletto il fiorentino messer Giovanni Boccaccio, con il suo libro delle cento novelle, diffuso in Francia ed in Inghilterra, tanto che è stato tradotto nelle loro lingue.
Per questo motivo, io, Franco Sacchetti, pur essendo un uomo ignorante e grossolano, mi sono riproposto di scrivere quest’opera, raccogliendo le novelle di tutti i tempi, antiche e moderne, riguardanti varie cose, alcune delle quali io vidi e altre che sono capitate proprio a me. Molte delle quali sono ambientate a Firenze, dove vivo. In esse si tratterà di genti di tutte le origini, di uomini nobili e plebei e di donne grandi e umili. Dei protagonisti delle opere nobili e virtuose si specificheranno i nomi; di quelli delle opere misere e vergognose si taceranno i nomi. Come, appunto faceva Dante che parlava in prima persona se trattava di virtù o lodava qualcuno, quando , invece, parlava di vizi o biasimava qualcuno faceva dire agli spiriti.
Probabilmente molti, cui la cosa non è gradita, diranno <<Queste sono favole>>. Qualche volta è anche vero, ma ci ho messo tutto il mio impegno. Potrà capitare che una novella vedrà come protagonista Giovanni, mentre qualcuno potrebbe dire “ E’ capitata a Piero”. Ma si tratta ,comunque, di un piccolo errore, non che la novella non riferisca la verità.