lunedì 10 ottobre 2016

NOVELLA N.LIII

NOVELLA   N.LIII (53)
Berto Folchi si univa ad una contadina in una vigna. Frattanto un viandante, saltando da sopra un muro, non accorgendosene ,gli salta addosso, credendo che sia un rospo. Spaventato, fugge gridando agli uomini di correre in suo aiuto. Così facendo mette tutto il paese a soqquadro.

In questa novella è spiegato come ottennero i loro scopi sia Berto Folchi per il suo amore, sia il priore Oca con un sottile inganno per godere di una vigna.
Berto Folchi era un simpatico cittadino di Firenze, alla sua età, innamorato. Costui aveva da diverso tempo adocchiato una contadina di Santo Felice ad Emo. Un giorno, verso sera, trovandosi la contadina in una vigna, Berto la seguì. E si sdraiarono ai piedi di un muro vecchio che circondava la vigna, dietro il quale passava una via. Era Agosto e per il solleone faceva un gran caldo.
Passarono di lì due contadini che venivano da Santa Maria Impruneta, uno disse all’altro :<< Ho Una gran sete, vuoi tu andare in quella vigna a raccogliere un grappolo d’uva, o vuoi che vada io ?. L’altro rispose <<Vai pure tu>>. Perciò l’uno, saltando dal muro, cadde con i piedi sulle anche di Berto che era addosso alla contadina. Berto ebbe un gran colpo, che fu invece molto gradito alla donna, che si sentì meglio penetrata. Il contadino che era saltato sentendosi toccare con i piedi una cosa molliccia, senza voltarsi indietro, cominciò a fuggire attraverso la vigna, trascinandosi dietro pali e viti, gridando a gran voce << Accorrete, accorrete>>.
Berto, sebbene agitato, cercava di concludere i fatti suoi, ma chi correva di qua, chi di là, chiedendo che cosa stava succedendo. Il contadino rispondeva<< oimè, ho trovato il rospo più grande che sia mai esistito>>.
Il clamore cresceva e tutti lo rimproveravano perché aveva messo in agitazione il paese per un rospo. Ed egli gridava <<Fratelli miei, dovete credermi, quel rospo è più grande di un vassoio. Io gli saltai sopra e mi parve di saltare su un grandissimo polmone o fegato i bestia. Oimè non tornerò più in me>>. Il compagno ,che l’aspettava al di là della vigna, temendo che avesse litigato con qualcuno del posto, sentendo il rumore cominciò a gridare anche lui e a fuggire lontano. Le campane cominciarono a suonare sia a Santo Felice che a Pozzolatico che in tutto il paese. Chi da una parte, chi dall’altra, tutti correvano.
Frattanto la donna si staccò da Berto e fuggì verso la casa del marito gridando << Povera me sventurata, che rumore è questo?>>. Incontrando il marito ,che correva verso la piazza di Santo Felice, disse << Oimè, marito mio, che è mai successo? Mentre stavo nella vigna a raccogliere l’erba per il nostro bue ho udito questo rumore che mi ha fatto quasi morire di paura>>.
Anche Berto, dall’altra parte della piazza, chiedeva a gran voce che cosa era successo. Quello che gli era saltato addosso disse << Come non avete sentito? Ho trovato nella vigna il più grande rospo che si sia mai visto. Per fortuna ,quando gli sono saltato addosso, non mi schizzò il veleno, perché sarei sicuramente morto>>. Berto di rimando << E se avessi trovato un diavolo,che avresti fatto?>>.
Frattanto arrivò l’altro compagno che corse ad abbracciare lo sventurato, che continuava a raccontare del rospo. Berto, allora, li rimproverò aspramente perché con le loro grida avevano allontanato tutti gli uomini, compreso lui, dal lavoro, poi aggiunse << E’ già molto tempo che frequento questo paese e ho spesso sentito dire che in quella vigna uno trovò un gran rospo, forse è proprio quello>>. Tutti affermarono che così doveva essere e che forse esso su quei muri rovinati poteva essere cresciuto ancora. Dopo di ciò tutti tornarono a casa.
Berto, tornando verso Firenze, a pochi passi dalla piazza, incontrò il priore Oca, priore di quel luogo, uomo simpaticissimo, suo amico, che lo invitò a casa sua per la sera. Tornando insieme ,il priore chiese che cosa aveva creato un rumore così grande. Berto allora rispose << Priore mio, se mi credete, vi racconterò la più bella novella da quando voi nasceste>>. Così Berto gli raccontò tutta la storia, dall’inizio alla fine. Il priore, che era grande e grosso, quasi non poteva respirare per il gran ridere. Dopo aver cenato e dormito in grande allegria, Berto, al mattino, se ne ritornò a Firenze.
Il priore, dopo la Messa, pensò a come poter sfruttare quella novella per ricavarne qualcosa. Parlò con i suoi popolani di quello che era successo e ammonì tutti di non accostarsi alla vigna perché quel corpo così grande era molto pericoloso sia che solo guardasse qualcuno sia che schizzasse veleno. Perciò pochi, ad eccezione di Berto e la contadina, si arrischiavano ad entrare. Il priore, vedendo che non vi era nessuno che volesse lavorarla, si accordò con il proprietario e tenne la vigna in fitto per poco denaro, ricavandone ogni anno ora 8, ora 10 once di vino. E il proprietario era contento perché ci guadagnava qualcosa e la vigna era dissodata e non rimaneva incolta. E così ci guadagnava il priore Oca che spesso andava a bere con Berto il vino senza che nella vigna il rospo saltasse più addosso a nessuno.
Che dire, dunque, dei casi che l’amore determina ? Sicuramente, tra i tanti che ne capitano, questo fu uno dei più singolari. Tra il rumore delle campane e quello del popolo ne trassero vantaggio sia Berto ,che si accoppiò con la contadina, sia il priore. Quello, infatti, dopo aver dato un buon consiglio ai suoi fedeli, guadagnò in parecchi anni circa 40 once di vino e fece un buon investimento perché godeva nel bere il vino e nell’offrirlo agli altri.




giovedì 22 settembre 2016

NOVELLA N.XXXII

NOVELLA N.XXXII
Un frate che predicava in Toscana, nel periodo di quaresima, vedendo che nessuno andava a sentire le sue prediche, disse che avrebbe mostrato che l’usura non è peccato. Molta gente corse allora ad ascoltare lui, abbandonando gli altri.

Il frate ,di cui parlerò in questo racconto, predicava in una delle più grandi città della Toscana al tempo della quaresima, come si usa in molti luoghi. Egli si rese conto che quando predicavano gli altri, come spesso avviene, andava molta gente, mentre quando predicava lui non andava quasi nessuno.
Un mercoledì mattina dal pulpito disse <Signori ,da molto tempo vedo teologi e predicatori dibattersi in un grande errore. Essi predicano che “il prestare” sia usura e grandissimo peccato e che tutti i peccatori sono dannati. Io, per quello che ho potuto capire ed ho letto sui libri, ho visto che il prestare non è peccato. Perché non pensiate che io dica delle sciocchezze e faccia troppi ragionamenti, vi dico che la cosa è tutto il contrario di quello che hanno sempre predicato. Poiché vi convinciate che non racconto fandonie e che l’argomento è importante, se ne avrò il tempo, ne predicherò domenica mattina. Se non sarà possibile, mancandomi il tempo, in un altro giorno, appena se ne presenterà l’occasione, sicchè ne sarete tutti contenti e fuori da ogni errore>>.
La gente, udendo ciò, cominciò a mormorare. Finita la predica ,tutti uscirono dalla chiesa e la voce si diffuse qua e là e ciascuno si chiese che cosa il predicatore volesse dire. I prestatori erano tutti contenti, quelli che chiedevano i prestiti erano tristi, e chi non aveva ancora prestato fino ad allora cominciò a prestare. Alcuni lo ritenevano un bravissimo uomo, altri una pecora che dice cose mai sentite prima.
In breve, tutti aspettavano la domenica mattina e , in quel giorno, i fedeli, desiderosi i novità, andarono ,in gran numero, ad occupare i posti, mentre gli altri predicatori predicarono soltanto alle panche vuote. Come egli aveva sempre desiderato, gli uditori erano veramente tanti e stavano così stretti che si toccavano gli uni con gli altri.
Come il frate salì sul pulpito ,disse l’Ave Maria, poi cominciò a commentare il Vangelo, promettendo che in ultimo avrebbe parlato dell’usura, come aveva promesso.                                      
 Impegnò abilmente molto tempo per il Vangelo e si era fatto ormai tardi per parlare dell’usura. Per tranquillizzare la gente egli disse << Signori, stamattina questo passo del Vangelo, che era così profondo, mi ha preso molto tempo, per cui non me ne è rimasto per dire quello che vi avevo promesso. Ma abbiate pazienza perché , in una di queste mattine, appena ne avrò il tempo, vi predicherò di quello che vi interessa per non trarvi dall’errore>>. E così li portò in canzone per molti giorni , fino all’altra domenica nella quale accorse molta più gente di prima. Salito sul pulpito, dopo la predica, disse << Signori, so che venite così numerosi per udire del prestare, come vi ho promesso. Mi scuso perché oggi ho un po’ di febbre, ma venite prossimamente che, se Dio vorrà, ve ne parlerò>>.
Così facendo, con una scusa dopo l’altra, per tutto il tempo di Quaresima, fece venire la gente, tenendola sospesa fina alla domenica dell’ulivo. Allora disse <<Questa mattina voglio finalmente dirvi ciò che vi ho promesso. Voi sapete,signori, che la carità è gradita a Dio più di qualunque altra virtù. E carità non è altro che aiutare il prossimo e, sicuramente, il prestare è un aiuto. Dunque, dico che si deve prestare, il prestare è lecito e, ancor di più, chi presta, merita. Ma ,allora, dov’è il peccato? Il peccato è nel riscuotere. Infatti il prestare e non riscuotere è possibile senza peccato ,solo se si fa carità. Mi spiego ancora meglio, se uno presta ad un altro 100 fiorini o ancora di più e nel giorno stabilito riscuotesse 100 fiorini e non i più, questo prestare e questo riscuotere piacerebbero molto a Dio e molto di più gli piacerebbe se i 100 fiorini non  si riscuotessero, ma si lasciassero liberamente al debitore. Quindi l’usura sta nel riscuotere più di ciò che spetta, è questo riscuotere di più che costituisce il peccato che fa perdere tutta la carità dell’aver prestato i 100 fiorini e rende la restituzione una cosa illecita. Concludendo, fratelli miei, io vi dico e affermo che il prestare non è peccato, ma il gran peccato è il riscuotere oltre ciò che veramente spetta. Con questo messaggio ora potete andare e prestate con sicurezza, perché potete prestare come io ho predicato e guardatevi dal riscuotere. Così facendo sarete figli del Padre nostro qui in coelis est >>.
Poi recitò il Credo , che non fu sentito quasi da nessuno, perché tutti mormoravano. Chi si sbellicava dalle risate dicendo << Costui ci ha gabbati per bene, ci ha fatti venire per tutta la Quaresima per udire questa predica, possa morire ucciso, perché deve essere un gran ciarlatano>>. Chi schiamazzava di qua chi di là, per molti giorni non si parlò d’altro.
Senz’altro questo frate fu un uomo valente perché aveva mostrato al popolo che gli uomini  sono superficiali e corrono più verso le sciocchezze e le novità che verso le cose della Sacra Scrittura e andavano volentieri ad ascoltare chi diceva cose secondo i loro interessi. Seguirono quella predica i prestatori (gli usurai) e coloro che avevano voglia di prestare. Costoro furono scherniti come meritavano; perché essi hanno acquistato tanto potere che si sono convinti che Dio non veda e non comprenda e hanno battezzato l’usura con diversi nomi: come dono di tempo, per il tempo che dura il prestito e il prestatore non può disporre del danaro, come interesse, come cambio, come utile, come baroccolo, ritrangola e molti altri nomi.
Tutte queste sono sciocchezze, perché l’usura è nell’opera non nel nome, e consiste nel pretendere all’atto della restituzione più di quello che è stato presto.





venerdì 22 luglio 2016

NOVELLA N.XXIX

                                             NOVELLA N.XXIX

Un cavaliere di Francia, che era piccolo e grasso, andò come ambasciatore innanzi a papa Bonifazio. Nell’inginocchiarsi fece una scorreggia, ma riparò al difetto con un motto.

Ora tralascerò le cose e gli inganni di cui ho trattato prima e racconterò un piacevole motto che disse un cavaliere francese a papa Bonifazio ottavo.
Un valente cavaliere di Francia fu mandato ,come ambasciatore, dinanzi a papa Bonifazio, insieme con un altro, di nome messer Ghiriberto , bassetto di persona e grasso e pienotto. Giunto il giorno della sua ambasciata, non essendo abituato, chiese quale riverenza doveva fare quando era dinanzi al papa. Gli fu detto che era opportuno che si inginocchiasse per tre volte. Avuta questa informazione ,nello stesso giorno andò alla presenza del papa per riferirgli l’ambasciata. E, volendo fare il meglio che poteva, s’inginocchiò la prima volta; sebbene gli costasse fatica, ci riuscì; si inginocchiò una seconda volta. La fatica della seconda inginocchiazione si aggiunse alla prima e per lo sforzo notevole e perché voleva alzarsi velocemente la parte di sotto si fece sentire con un peto. Il cavaliere, vedendo che lo prendevano in giro, si dette con le mani due colpi sulle anche e disse << Non intervenire, lascia parlare me>>. Il papa ,che aveva sentito ogni cosa,e anche il piacevole motto dell’ambasciatore, disse :<< Dite ciò che volete che io vi comprenderò>>.
Il papa, molto divertito,lo ricevette,e ,poiché egli aveva espresso la sua ambasciata con due bocche, ottenne meglio dal papa ciò che chiedeva.
E se la cavò molto bene questo cavaliere, che, essendosi trovato in gran vergogna non per colpa sua, ricorse ad un rimedio assai divertente.
Altri uomini scienziati, trovandosi davanti al papa, nel fare l’inchino, senza preoccupazione, sono caduti, non sapendo perché,nello stesso inconveniente e hanno dovuto aspettare molto tempo prima di superare la vergogna



sabato 16 luglio 2016

NOVELLA N.XXV

                            NOVELLA  N. XXV
Messer Dolcibene, per sentenza del capitano di Forlì, castra un prete e poi vende i testicoli per lire 24 di bolognini.
Di fronte alla seguente novella che ora voglio narrare, quella di prima fu soltanto uno scherzo.
Un giorno arrivò a Forlì, di cui era signore messer Francesco degli Ardalaffi, messer Dolcibene. Il signore voleva, per una esecuzione ,far castrare un prete, ma non trovava nessuno che lo sapesse fare. Messer Dolcibene disse che l’avrebbe fatto lui. Il capitano fu d’accordo e fu stabilito così. Dolcibene fece preparare una botte, la sfondò da uno dei due lati e la mandò nella piazza dove fece condurre il prete.
Egli stesso si recò sul luogo con un rasoio e un borsellino. Entrambi giunsero in piazza ,dove si era recata per vedere gran parte degli abitanti di Forlì.
Messer Dolcibene,avendo fatto togliere le mutande al prete, lo fece salire a cavalcioni sulla botte e gli fece mettere i “sacri” testicoli nel buco del legno. Fatto ciò entrò da sotto nella botte, e, tagliata la pelle, tirò fuori i testicoli, li mise nel borsellino e poi in un carniere, pensando, furbo com’era, di ricavarne un buon guadagno, come avvenne.
Il prete sofferente, tolto dalla botte, fu portato in gabbia, dove si fece curare per un po’ di tempo, mentre il capitano era tutto soddisfatto.
Dopo alcuni giorni, un cugino del prete ,in segreto, andò da messer Dolcibene pregandolo caldamente di ridargli i testicoli, perché non se ne sarebbe pentito. Il prete “capponato” senza di essi non poteva dir messa. Il nostro furbone, aspettando questa visita, li aveva ripuliti e asciugati, e, dopo un lungo mercanteggiare, ottenne in cambio lire 24 di bolognini.
Fatto ciò raccontò con grande allegria al capitano che aveva venduto tale mercanzia. Non si può immaginare le risate che si fece il capitano.
Alla fine per divertimento e non per avidità il capitano disse che voleva quei denari perché i “granelli” appartenevano a lui. Tanto discussero che alla fine messer Dolcibene ricavò per sé lire 12 di bolognini, dando la metà al capitano.
Alla fine , il prete rimase con “i granelli” amputati, per uno dei quali il capitano ebbe lire 12 e l’altro ,con altrettante lire, l’ebbe messer Dolcibene.
Questo fu proprio un bello e originale mercanteggiare. Il mondo sarebbe molto migliore se avvenissero spesso cose del genere; se i testicoli fossero tagliati a tutti e, ricomprandoseli, fossero tutti danneggiati e poi se li portassero nel borsellino. Così almeno gli uomini non giungerebbero a tanto, non sparlerebbero delle mogli altrui, non terrebbero nascoste le loro donne, chiamandole chi amiche, chi mogli, chi cugine. Non battezzerebbero i figli che nascono ,come loro nipoti, non vergognandosi di riempire i luoghi sacri di concubine e di figli nati da una tanto grande lussuria.




domenica 3 luglio 2016

NOVELLA N.XXI

                                              NOVELLA N. XXI
Basso della Penna, in punto di morte, lascia ,in maniera insolita, ogni anno un paniere di mele marce alle mosche e spiega la ragione, perché lo fa.
Ora racconterò la novella delle mele marce, l’ultima impresa di Basso, prima di morire. Egli era in punto di morte in piena estate e la pestilenza era talmente contagiosa che la moglie non si accostava più al marito, il figlio fuggiva il padre, il fratello stava lontano dal fratello. Vedendosi abbandonato da tutti lo sventurato chiamò il notaio e gli fece scrivere che i suoi figli ed eredi ogni anno, nel mese di luglio, dovessero portare un paniere di pere marce alle mosche, in un luogo da lui indicato.
Il notaio pensò ad uno scherzo, ma Basso disse << Scrivete come vi dico. Poiché in questa malattia mi hanno abbandonato tutti, parenti ed amici, tranne le mosche, essendo loro obbligato, voglio fare loro un lascito che Dio certamente apprezzerà. E poiché siate certo che non sto scherzando e dico davvero, scrivete che se non faranno ciò ogni anno, li diseredo e lascio tutti i miei averi al tale ordine religioso>>. Il notaio scrisse così e questo fu il modo del Basso di disobbligarsi verso questo animaletto.
Poco dopo, essendo ormai l’uomo sul punto di morire, si recò da lui una sua vicina di nome Donna Buona e gli disse << Basso, Dio ti salvi, sono la tua vicina monna Buona>>.
Egli la guardò a fatica e con un fil di voce rispose << Oggi muoio contento, perché in 80 anni di vita non ne trovai mai una (donna) buona>>.   
Tutti intorno cominciarono a ridere e tra queste risate egli poco dopo morì.
Della sua morte ci addolorammo io e molti altri che vivevano a Ferrara, perché era un tipo molto divertente e simpatico. E non fu divertente la sua trovata verso le mosche? E fu anche un gran rimprovero per la sua famiglia. Spesso infatti capita che non solo i figli non rischiano la vita per i loro padri, ma anzi desiderano la loro morte per essere più liberi.



giovedì 16 giugno 2016

NOVELLA N.XVII

                                        NOVELLA  N.17

Piero Brandani di Firenze intenta una causa, dà alcune carte al figlio che le perde. Capita in un luogo, dove, in modo strano, cattura un lupo. Avute per la cattura di quello 50 lire a Pistoia, ritorna e recupera le carte.

Nella città di Firenze vi fu un tempo un certo Piero Brandani che visse discutendo cause.  Egli aveva un figlio di diciotto anni.
Una mattina, dovendo recarsi al Palazzo del podestà per discutere una causa, affidò al figlio certe carte, gli disse di precederlo e di aspettarlo alla Badia di Firenze.
Il ragazzo fece come il padre gli aveva detto; giunto sul luogo si mise ad aspettare il padre. Tutto ciò avvenne nel mese di Maggio. Mentre il giovane attendeva, venne un fortissimo acquazzone e, passando una contadina o una fruttivendola con un paniere di ciliege sul capo, il paniere cadde e le ciliegie si sparsero per tutta la via. Il rigagnolo della via ,per l’acqua, si ingrossò tanto che pareva un fiumicello.
Il ragazzo insieme con altri volenterosi si diede a raccogliere di qua e di là le ciliegie che correvano lungo il rigagnolo, trasportate dalle acque. Quando le ciliegie finirono, il giovane, ritornando indietro ,non ritrovò più le carte che aveva sotto il braccio. Sicuramente gli erano cadute nell’acqua ,che le aveva portate verso l’Arno, senza che se ne accorgesse. Correndo chiedeva di qua e di là e così seppe che le carte ormai navigavano verso Pisa. Rattristato enormemente, per sfuggire all’ira del padre pensò di dileguarsi e se ne andò a Prato.
Giunse al tramonto del sole in un albergo dove arrivarono certi mercanti che si fermarono poco per proseguire poi verso il ponte Agliana. Essi, vedendolo così triste, gli chiesero che avesse. Conosciute le sue disavventure, lo invitarono ad andare con loro. Egli accettò ben volentieri. Giunsero alle due di notte al ponte Agliana e chiesero alloggio all’albergatore. Costui non voleva accoglierlo perché temeva i malandrini, azi si meravigliava che non erano ancora stati catturati.
Dopo un po’ l’albergatore aprì e li fece entrare, ma non aveva niente da dar loro da
mangiare. Consigliò, allora, che il ragazzo si vestisse da straccione ed andasse alla chiesa vicina. Lì doveva chiamare ser Cione, che era il prete e farsi prestare per l’oste 12 pani. Dette questo consiglio perché sapeva che se i malviventi avessero incontrato un giovinetto mal vestito non gli avrebbero fatto alcun male.
Il giovine andò malvolentieri perché era notte, non si vedeva niente ed aveva molta paura. Pure si avviò ed entrò in un boschetto, dove in lontananza c’era un po’ di luce. Pensando che fosse la chiesa ,si diresse verso la luce. Invece della chiesa c’era una piazza con la casa di un lavoratore, che ,sentendo bussare, gridò < Chi va là?>. Il ragazzo disse < Ser Cione, apritemi ,perché l’oste del ponte Agliana mi manda a chiedervi 12 pani>. Il lavoratore ,allora, minacciò di farlo impiccare a Pistoia, credendo che fosse un ladruncolo.
Il giovane, frattanto, sentendo ululare un lupo dal bosco, si infilò in una botte, sfondata nella parte superiore, morto dalla paura. Il lupo, uscito dal bosco, si avvicinò alla botte e cominciò a grattarsi su di essa. Sfregandosi infilò la coda in un buco. Il garzone, sentendosi toccare dalla coda del lupo, impaurito la afferrò, deciso a non lasciarla, usando tutte le sue forze. Il lupo cominciò a tirare per liberare la coda. Dal canto suo anche il ragazzo tirava. Tirando tutti e due, la botte cadde e cominciò a rotolare. Questo rotolamento durò per ben due ore e tanti furono i colpi che il lupo morì. Anche il giovane era mezzo morto, ma la fortuna lo aveva aiutato. Sebbene il lupo fosse morto , egli per tutta la notte, non ebbe il coraggio né di uscire, né di lasciare la coda.
IL mattino dopo il lavoratore, alla porta del quale il giovane aveva bussato, i alzò ed andò a controllare le sue terre. Notò subito ai piedi del burrone la botte e cominciò ad imprecare contro i delinquenti che si aggiravano di notte. Si avvicinò e vide giacere ai lati della botte il lupo che non pareva morto. Si mise allora a gridare << Al lupo, al lupo>>. Gli uomini del paese subito accorsero e videro il lupo morto e il ragazzo nella botte. Egli, spaventato, più morto che vivo, cominciò a raccontare tutte le sue disavventure, dalla perdita delle carte fino a quel momento.
I contadini ,impietositi, gli dissero << Figliolo, hai avuto una grande sventura, ma le cose si mettono al meglio. Infatti a Pistoia c’è una legge che chiunque uccide un lupo e lo porta al Comune riceve un premio di 50 lire>>. Poi gli offrirono aiuto ed egli riprese un po’ di coraggio. Insieme a quelli che lo aiutavano a portare il lupo giunse all’albergo del ponte Agliana, da cui era partito. L’albergatore sorpreso gli disse che i mercanti, che erano con lui, se ne erano andati credendolo morto o catturato dai malandrini.
Infine portò il lupo al Comune di Pistoia ed ebbe 50 lire. 5 lire le spese per far festa con la brigata. Con le altre 45 tornò dal padre. Gli chiese perdono e gli consegnò i soldi. Il padre li prese volentieri e lo perdonò. Con quei soldi fece copiare le carte perdute e con il resto continuò a discutere numerose altre cause.
Perciò non si deve mai disperare perché spesso come la fortuna toglie così dà e come ella dà ,così toglie.
Chi avrebbe mai immaginato che le carte perse nell’acqua potessero essere rifatte grazie a un lupo che aveva messo la coda nel buco di una botte e vi era rimasto imprigionato?.
Sicuramente questo è un esempio di come non bisogna mai disperarsi, né farsi prendere dallo sconforto e dalla malinconia.



giovedì 2 giugno 2016

NOVELLA N.11

                                           NOVELLA N.XI (11)

Alberto da Siena è citato a giudizio dall’inquisitore e, per paura , si raccomanda a messer Guccio Tolomei………

Al tempo di messer Guccio Tolomei viveva in Siena un simpatico uomo semplice e non malizioso come Dolcibene. Era balbuziente e si chiamava Alberto. Era molto ingenuo e frequentava spesso la casa di messer Guccio, con grande divertimento del signore.
Un giorno di Quaresima, messer Guccio era in compagnia dell’inquisitore, suo grande amico. Per scherzare un po’ gli disse di chiamare davanti a lui Alberto e di accusarlo di eresia, perché sicuramente si sarebbero divertiti un mondo. Appena disse queste cose , subito l’inquisitore convocò Alberto per il giorno dopo, di buon ora. Alberto, tutto tremante, potè appena dire “verrò”, perché, se prima era balbuziente, ora, per la paura, aveva quasi persa la lingua. Poi si recò immediatamente a messer Guccio e gli riferì di essere stato chiamato dal’inquisitore forse per l’accusa di eresia patarina. Il signore gli chiese se avesse detto qualcosa contro la fede cattolica. Alberto rispose che non sapeva che cos’era la fede “calonica” ma credeva di essere stato battezzato. Messer Guccio gli consigliò di andare dal vescovo e gli promise che sarebbe andato anche lui poco dopo. Gli promise anche che, poiché l’inquisitore gli era molto amico, sarebbe intervenuto in suo favore. Alberto si avviò, affidandosi al Signore.
Il vescovo, come lo vide, l’apostrofò con volto severo, chiedendogli chi fosse. Il meschino, balbuziente e tremante di paura, rispose “Sono Alberto, che voi faceste chiamare”. Il vescovo di rimando “Ho capito bene, tu ,dunque, sei quell’Alberto che non crede né a Dio, né ai Santi?”. “Signor mio, io credo in ogni cosa, chi vi ha riferito ciò non dice la verità” disse ,a sua volta, lo sventurato. E il vescovo continuò “Se tu credi in ogni cosa, credi anche nel diavolo; questo mi basta per arderti ,come patarino”. Alberto, mezzo morto, chiese misericordia e il vescovo allora gli ordinò di recitare il Paternostro. E Alberto incominciò, balbettando giunse ad un passo difficile dove si dice “da nobis hodie” e non riusciva a pronunciare quelle tre parole.
Allora l’inquisitore disse “Ho capito ,Alberto, perché chi è patarino non può dire le cose sante, torna da me domani mattina e io ti farò il processo che tu meriti”.
Il pover’uomo se ne tornò a casa sconfortato. Per la strada incontrò messer Guccio Tolomei che stava andando dall’inquisitore, come aveva promesso.
Come lo vide gli disse” Alberto, si vede che le cose vanno bene, perché tu già sei di ritorno”. Quello gli rispose “ Perbacco, non vanno bene per niente, perché dice che sono patarino e devo ritornare da lui domani mattina. Poco mancò che quella puttana di donna Bisodia (deformazione da “da nobis hodie”), che è nominata nel Paternostro non mi facesse morire allora ,allora. Vi prego di andare da lui per farmi una raccomandazione”.Messer Guccio promise di andare  e di fare tutto il possibile.
E così quel burlone andò dall’inquisitore e gli raccontò la storia di donna Bisodia, grazie alla quale si fecero per due ore grandissime risate.
Poi, chiamato di nuovo lo sventurato, l’inquisitore gli fece credere che se non fosse stato per messer Guccio l’avrebbe fatto ardere.
E veramente se lo meritava, perché, oltre tutto aveva detto che donna Bisodia, senza la quale non si poteva cantar messa, era una puttana, e gli intimò di non dirlo mai più.
Alberto, invocando misericordia, promise di non dirlo mai più e, morto di paura, se ne tornò a casa con messer Guccio, il quale, solo al pensiero, si sganasciava dalle risate.